La marca nei social

Oggi è il 2013, abbiamo una crisi che ci attanaglia anche per gli errori grossolani di non interpretare correttamente il futuro dell’innovazione che avevamo davanti prima che tutto si muovesse verso la crisi. Modificare questo atteggiamento sarebbe già una profonda conquista che renderebbe le imprese moderne,  pronte e meglio rispondenti alle nuove sfide che il mercato sta lanciando.

Resto a disposizione per approfondire specifiche analisi sullo stato dell’arte delle imprese che mi chiederanno collaborazione.

Come ogni semestre da ormai il lontano 2009, la Doxa, DUEPUNTOZERO ha rilasciato la sua ricerca Italia2.0 relativa al comportamento degli italiani verso i social.

Consiglio di vistare il sito http://www.duepuntozeroresearch.it che ha sempre spunti interessanti per ragionare su questi argomenti.

Per quel che mi riguarda vorrei invece, prendendo sempre spunto dalla ricerca, ragionare su come la Marca (Brand) vive la sua dimensione nei social.

Ancora oggi ad ormai quasi cinque anni di consolidamento delle attività Social web anche da parte delle aziende, l’Italia resta un paese di forti contraddizioni. Se da un lato la presenza dei singoli è sempre in crescita: ad esempio nel 2012 in UK gli account di Facebook sono diminuiti di 600.000 unità mentre da noi gli stessi crescono del 3% (source Social Baker). Abbiamo ormai quasi 24.000.000 di italiani che posseggono un account di Facebook.

Cito solo Facebook per massima semplicità ma tutti sappiamo benissimo che i Social Network sono oltre 170 nel mondo e che in Italia il fenomeno ha ancora margini di sviluppo molto significativi.

Le aziende però che scelgono di implementare una strutturata ed organizzata attività di social business sono ancora molto poche e le più attive sono quelle di dimensioni enormi ( leggi tra le righe Ferrero – Barilla – il fashion in genere e comunque quasi sempre solo aziende  nel BtoC) a mio avviso niente di più limitativo.

le aziende, in modo particolare quelle medio-piccole, sia del BtoC ma anche del BtoB, avrebbero solo da guadagnare da attività strutturate, con precisi piani strategici editoriali di utilizzo dei social.

Perché? Riflettiamo su questi numeri estrapolati dalla ricerca di Duepuntozero: gli utenti di Facebook al 51% (percentuale che significa circa 14.000.000 di persone) hanno messo un “Mi Piace” ad una pagina brand, su Twitter il 31% afferma di seguire i Brand ( parliamo di altre 1,5 miolioni di persone), Youtube che è, per inciso, il secondo social più frequentato d’Italia, ha percentuali che oscillano tra un massimo del 35% ad un minimo del 20% di persone che a vario titolo guardano e condividono video relativi a Brand (in questo caso la popolazione da me calcolata in modo prudenziale è tra un minimo di 4.000.000 e un massimo di 7.000.000 di persone). Ammesso che potrebbe sicuramente essere che ci siano molti utenti che hanno contemporaneamente i tre account sui social menzionati, a ragione possiamo credo dire che c’è un volume di oltre la metà della popolazione italiana che è raggiungibile attraverso il mondo dei social.

Forse nemmeno la TV oggi è in grado di arrivare a così tante persone, con in più un vantaggio quello dei BigData che ormai qualcuno a ridefinito RelevantData. Cosa significa? Ancora una volta che il modo di promuovere e fare marketing per i  prodotti e servizi è cambiato, che è non solo utile o necessario riflettere su queste nuove funzioni che le aziende devono urgentemente implementare, ma che il futuro ha una sola strada segnata da questi passaggi. Chi avrà la forza di non agire di riflesso agli eventi, ma che avrà il coraggio di cavalcare la funzione senza il timore di compiere qualche necessario errore, sarà il primo a godere della ripartenza economica che tutti stiamo ormai aspettando da tempo.

Una serie di domande che prendono spunto di insegnamento dal passato:

  • quanto tempo ci hanno messo le aziende a passare dall’uso delle lettere postali ai fax?
  • successivamente cosa è accaduto dal fax alle mail?
  • quali spinte strategiche hanno spinto le aziende a sviluppare i siti internet?

Le risposte a queste domande potrebbero essere fondamentali per comprendere che deve modificare l’approccio alle tecnologie digitali che troppo spesso hanno governato le organizzazioni aziendali anziché esserne sfruttate a pieno.

Antonio Zanzottera

per az-consulenza.com

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1 Comment

  1. davidebongiorno

    L’ha ribloggato su F.U.S.A.E. – Fascial-motion UltraSonographic Anatomic Evaluatione ha commentato:
    il dato più rilevante, a mio parere, è la ostentazione di molte aziende che non vogliono la diffusione “popolare” per motivi di sotira del marchio o tipologia del prodotto poi, per assurdo, non sono in grado neppure di operare seriamente in nicchie elitarie e “di quartiere”. Grazie Antonio