La crisi dove sta?

Alla fine di Novembre 2012 sono arrivati i dati relativi ad Ottobre 2012.

Questi dati affermano un risveglio dell’export per gli orologi svizzeri.

L’export di orologi svizzeri torna a registrare in ottobre un segno positivo. Dopo il rallentamento subito in settembre (rivisto a un -1,5% contro il -2,7 denunciato in precedenza), il primo negli ultimi due anni.

Nel mese dell’Ottobre scorso i sempre famasi orologi elvetici sono tornati a crescere oltre confine. Secondo i dati della Federazione del settore (Fhs), i ricavi esteri sono stati di 2,1 miliardi di franchi svizzeri, in aumento del 13,2%, in linea con il risultato cumulativo dei primi dieci mesi (+13,7%).

A spingere il valore dell’export la crescita nella fascia più alta di prezzo (le vendite di orologi che costano più di 3mila franchi sono aumentate del 17%) a fronte di un calo nel segmento più basso (-10% in volume per i modelli sotto i 200 franchi).

Interessante evidenziare che la Cina ( i nuovi ricchi) continua a penalizzare il mercato, avendo registrato un calo del 12,3%, sebbene mitigato rispetto al crollo di settembre (-27,5%). Hong Kong, invece, segna un leggero miglioramento.

A trainare il mercato ancora Germania (+28%) e Italia (+23%) e il risveglio del Giappone (+31%).

Questa é un’analisi del mercato degli orologi svizzeri, che sono rinomati oltre che per la loro qualità, anche per i prezzi decisamente poco abbordabili alle tasche comuni.Ma ad impressionare  sono i numeri: un più 23% in Italia dimostra che la crisi che attanaglia il paese da un certo punto di vista non esiste. Lungi da me affermare che non c’é crisi! ma che come gli altri dati recentissimi affermano il valore della ricchezza si è ulteriormente contratto ma esteso: contratto nei rappresentanti la richezza e esteso nel valore ( il 90% della ricchezza nazionale è in mano al 10% della popolazione).

Fondamentale sottolineare la distonia evidente che si è impossessata della vita sociale: da un lato il paese muore: le piccole imprese, i dipendenti e i pensionati piangono, dall’altro vediamo l’agenzia delle entrare affermare che il 20% degli italiani é un potenziale evasore ed a suffragare questo assioma c’é la crescita del mercato del lusso, orologi e non solo.

Allora dove sta la verità? Forse come dicevano i latini sará nel mezzo!

Indubbio però un fatto, il capitale dei pochi non da buona ricchezza, la mia personale convinzione é che solo in presenza di una leale concorrenza si può ambire alla conquista del benessere diffuso. In Italia questo benessere è ormai ridotto e resta in mano ai pochissimi che posseggono moltissimo.

Riuscire a spostare il focus dall’arricchimento personale verso l’investimento in valore impresa potrebbe portare rapidamente il bel paese a modificare questo trend.

Sembra però che ci sia un disegno, convincerci tutti e farci diventare un pò più poveri e un pò più sottomessi, disponibili alle volontà di un mercato che non ci rappresenta per fare un pò più ricchi i pochi.

Diventa complicato in questo scenario pensare che il grande valore del made in Italy possa trovare soluzioni di competitività, la competitività è data da differenti atteggiamenti.

Anche in Germania il lusso cresce, ma di contro il valore della ricchezza è differente: il 57% della ricchezza totale tedesca è in mano al 10% della popolazione. Sicuramente dati molto differenti rispetto a quelli italiani.

Non sono in possesso di soluzioni ma dare respiro al valore del lavoro e aiutare le imprese a costruire una migliore organizzazione competitiva nei mercati, con un atteggiamento fiscale meno vessatorio e più collaborativo impedirebbe al 58% delle aziende italiane di indebitarsi per poter dare riscontro alle cartelle esattoirali.

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