intervista a me stesso…

Da molto tempo riscontro che è molto importante poter inserire nel blog, una serie di interviste a personaggi più o meno famosi…

Capirete bene che scegliere di contattare qualcuno che sia disposto a perdere un’ora in una intervista non è semplicissimo: chi scegliere? che domande fargli? come articolare il dialogo? e molto altro…

Così ho pensato: perchè non fare la prima intervista al personaggio più facile e disponibile a dialogare con me sugli argomenti che ho in mente, che riguardano in modo principale il mondo del lavoro… Così mi sono chiesto: “ma vorresti concedermi una intervista?”

Ci ho pensato molto, poi alla fine affascinato dalla possibilità di far emergere qualcosa di me, ho accettato.

Arrivi dal mondo del lavoro come manager, ma vorresti raccontarci un pò la tua storia?

Sicuramente con piacere. Sono un Baby Boomer, nato nel 1961( un mese più vecchio di Obama) ho dedicato la mia adolescenza e molto di più di essa, più allo sport piuttosto che all’impegno scolastico. Uno studente educato, ma che poteva sempre fare di più! Lo Sport era la mia vita, la cosa in cui riuscivo meglio ad emergere sugli altri, a farmi notare, non essere conformato al sistema… Questo in definitiva era inconsapevolmente il mio focus.

Quindi lo sport per affermarsi?

In un certo senso si, ma era il mezzo con cui ero riuscito a farmi degli amici, a condividere passioni, frustrazioni per un modo di vivere della provincia, dell’interaland delle metropoli degradate…
Volevo che lo sport diventasse la mia vita, prima come giocatore, poi come allenatore. ho scoperto di avere un talento nella capacità di costruire un team, lavorare insieme per piccoli obiettivi, che nel loro insieme diventavano enormi obiettivi di crescita del gruppo e degli individui.

Poi cosa è accaduto che tI ha portato ad allontanarsi dallo sport?

Le necessità e i casi della vita, forse anche una mancanza di capacità di mettersi contro tutti gli stereotipi, in fondo un baby Boomer per i suoi genitori era solo un sognatore… Ed io lo ero e lo sono… Sognatore e visionario, credo ci sia sempre una strada per trovare un angolo di conquista del tuo spazio di competenza.

Quindi esci dallo sport e?

Esco dallo sport con un bagaglio immenso di competenza, e determinazione verso le mete e gli obiettivi…. Mi colloco dopo una breve esperienza di studi universitari ( non sono un laureato!!! Così liberiamo il campo da futuri equivoci eheheheheh!!!)e mi getto nel mondo del lavoro, senza cercare quello che fa per me, ma provandoci. Entro nella GDO italiana, un grosso gruppo multinazionale, e li comincio a guardare il mondo con nuovi occhi…

In che senso?

Nel senso che non basta sapere fare qualcosa, ma comprendo che è necessario capire il particolare e l’insieme… Studiare ogni volta con l’entusiasmo del quindicenne e l’attenzione del cinquantenne.

Oggi hai scelto di essere manager di te stesso, come ci si sente?

La mia, inizialmente, è stata una scelta forzata… Ti ritrovi senza un vero piano B e hai la necessità di capire cosa devi fare nella tua vita, che posto puoi ritagliati nella società. Oggi sono contento della scelta fatta perché penso che da manager di se stessi (non mi piacciono le definizioni libero professionista o imprenditore) posso compiere la vera mission della mia attività.

Qual’è questa mission?

Devo fare una premessa: il mio background mi ha portato a comprendere molto bene i bisogni delle imprese, le loro difficoltà e le loro reticenze… Da sempre sono appassionato di digitale e ho accolto fin dall’inizio degli anni 80 le potenzialità che le tecnologie digitali potevano dare in termini di strumento per realizzare…. Per anni ho visto aziende subire costantemente la tecnologia come una complicazione… Un solo esempio esplicativo della situazione italiana: in più di un’occasione ho visto manager, amministratori, imprenditori non fidarsi dei dati che un computer elabora, quasi come se pensassero che la tecnologia viva di vita propria (saranno stati fuorviati dai movies degli anni 70 in cui i computer prendevano il sopravvento sul cervello umano).
Ma veniamo alla Mission: fare cultura digitale!

Ma con la cultura qualcuno dice che non si mangia… Cosa significa fare cultura digitale?

Esattamente il contrario, fare cultura digitale significa migliorare l’organizzazione, ottimizzare i risultati, dare la possibilità di avere dati ed elaborare soluzioni ai problemi, migliorare la produttività.
Tutto questo si può realizzare con poco denaro e un po’ di impegno sfruttando i tanto famosi big data…
Il Social business, il web e tutto quanto ruota attorno al mondo del digital é materia complessa, ma la si può capire se si uniscono competenze tecniche, ho costruito un network di contatti con importanti organizzazioni tecnologiche, con competenze manageriali, capaci di analizzare il bisogno che l’ impresa rincorre, le soluzioni che si possono offrire attraverso l’uso di dati presenti ed esistenti, autoalimentati dal nostro nuovo modo di interagire con il mondo del web.
Sono un facilitatore, un formatore, un consulente che offre soluzioni a problemi organizzativi aziendali.

Per concludere le MPMI in Italia sono il nucleo vitale del lavoro del paese, sono in sofferenza, certo per problemi legati a situazioni congiunturali di politica internazionale e crisi europea, ma ciò che non riesce a dare la spinta a cambiare rotta é la mancanza di volontà di vedere le soluzioni in modo semplice, quasi banale, nel cercare di sfruttare nuovi elementi reperibili a basso costo per ottenere miglioramenti immensi che cambiano lo scenario di competitività del sistema Italia. Altri paesi non solo in Europa sono ormai avanti in questo trend a noi non resta che rincorrere.

Beh! Che dire… In bocca al lupo e speriamo che qualche azienda delle innumerevoli MPMI italiane voglia provare a verificare cosa può fare con il tuo aiuto…

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