Intervista a Carlo Recalcati

Un manager, un capo d’azienda come un coach deve saper gestire al meglio le risorse a sua disposizione. qualche consiglio per fare bene, attraverso la storia di un grande allenatore di basket.

  •  Lei Ha iniziato con lo sport molto giovane, ma a 15 anni decise di smettere per iniziare a lavorare. Tuttavia tornò presto al basket, perché tornò allo sport?

Non ci sono ragioni particolari, ma molto semplicemente era necessario per i miei genitori che una volta finita la scuola dell’obbligo (di allora n.d.r.) si andasse a lavorare per completare gli studi alle serali, questo per aiutare a mantenere la famiglia.

La cosa mi costò molto, ma a quei tempi i genitori decidevano e basta, pertanto a 15 anni mi ritrovai assunto, come apprendista alla Radio Marelli.

Restai comunque molto legato alla squadra del centro Pavoniano, dove ho iniziato a giocare, che era molto vicino a dove abitavo in via Paolo Sarpi, tanto che dalla finestra di casa potevo vedere gli allenamenti dei miei compagni. Inoltre ogni domenica andavo comunque a vederli.

Poi successe che vennero a cercarmi, evidentemente c’erano delle qualità in me che erano state apprezzate da importanti allenatori del tempo, quali su tutti quello che diventò poi il mio allenatore a Cantù: Arnaldo Taurisano.

I dirigenti della pallacanestro di allora che erano Tricerri e Maifredi (il papà di quello che poi diventò il presidente della Lega) mi spingevano a tornare, tanto che in occasione di una selezione di giocatori della Lombardia, mi convocarono, anche se non avevo giocato tutta la stagione.

Da questa selezione, tenuta da Taurisano e da Gianni Corsolini, che allenavano a Cantù, fui prescelto e finii per andare a giocare lì dove loro, dato che io e la mia famiglia volevamo che io finissi gli studi, si presero l’impegno di farmi portare a termine gli studi di ragioneria, contribuendo economicamente e dando un piccolo contributo alla mia famiglia perché potessero avere quello che avrei comunque guadagnato lavorando alla Radio Marelli, poca cosa, ma per la mia famiglia andava bene perché in questo modo non avrei pesato sul bilancio familiare.

Pur avendo cominciato presto, in realtà tardi secondo i canoni di oggi, dove i bambini arrivano al basket attorno ai 6 anni, avevo una cosa che mi era piaciuta più di ogni altra: il rapporto con i miei compagni di squadra che seppur più grandi di me, condividevano ogni aspetto della vita non solo in campo o palestra, ma anche nelle reciproche vite familiari. Le nostre famiglie, di origini umili, si conoscevano e si frequentavano.

Vivevamo nello stesso quartiere e la complicità del vivere avvicinò tutti noi alla pallacanestro che allora era uno sport nuovo, sconosciuto. In quel quartiere di Milano si viveva dell’ultima tappa del Giro d’Italia, che finiva proprio vicino a casa mia, o di qualche allenamento della primavera del Milan che potevamo vedere all’Arena; ricordo che ogni tanto riuscivamo anche a vedere qualche campione della serie A del Milan che veniva ad allenarsi. Ma la pallacanestro era qualcosa da scoprire, che ci piaceva moltissimo, era quindi quasi una cosa naturale che nascesse uno spirito di squadra, che a quei tempi non veniva costruito ma nasceva spontaneamente, quasi per caso.

Mi avvicinai per divertirmi e perché era un modo per stare con gli altri e per me che ero un timido, contava molto poter essere parte di un gruppo.

  • Così giovane prevaleva il divertimento o la possibilità di affermarsi?

Non si pensavamo ad affermarci ma solo, come dicevo, a stare insieme.

Per me la pallacanestro, lo sport sono sempre stati divertimento, anche quando il tutto è diventato un lavoro. Questo credo sia un notevole insegnamento: fare sempre quello che ti diverte!

Andavo a vedere il Simmenthal di Sandro Riminucci e cercavo di emulare lui, perché mi piaceva come giocava, ma andare a Cantù non rappresentò un modo per affermarsi di diventare come lui: un professionista, piuttosto il mezzo per completare gli studi e lasciare il lavoro che ero quasi obbligato a fare a 15 anni.

Era un modo per divertirsi e realizzare qualcosa d’importante, completare gli studi di ragioneria e seguire quello che voleva mamma: ovvero una volta diplomato andare a lavorare in banca.

  • Lei pensa che lo sport sia ancora, in un momento di crisi sia economica che dei valori umani, e di scarse prospettive per il futuro, un mezzo adeguato per emergere?

Allora come oggi poco conta l’affermazione individuale, ma lo sport è il miglior modo per stare in un ambiente sano, educativo dove i valori umani e morali contano.

Ai miei tempi c’erano le persone importanti alle quali si doveva ubbidire e che avevano una gerarchia precisa: prima venivano i genitori, poi i professori e gli insegnanti e poi l’allenatore.

Oggi anche se i tempi sono cambiati, i valori dovrebbero restare sempre gli stessi. E’ un luogo dove poter sviluppare delle relazioni con persone che cambiano e crescono, anno dopo anno, ma con punti di riferimento comuni.

  • Lei rappresenta quanto di più vincente nel mondo dello sport; è nella hall of fame del basket; ha avuto come allenatore un totem della pallacanestro come Boris Stankovic. Cosa ha prevalso e prevale nel suo approccio al lavoro che svolge con i suoi giocatori?

Gli allenatori che ho avuto come giocatore (pochi) hanno influito molto sul mio modo di essere: Taurisano mi ha insegnato ad essere un allenatore, Gianni Corsolini molto umano con un atteggiamento comprensivo insieme a Stankovic, che invece era più autoritario e con una maggiore rigidità, tutta slava, hanno inciso profondamente sul mio modo di essere persona.

Oggi è necessario avere valori e forza perché i percorsi non sono facili, ma vanno programmati, è necessario avere dei punti di riferimento e degli obiettivi.

Lo sport è fatto di molti sacrifici e di grande impegno per superare i propri limiti e per poterti affermare; un po’ come accade nel modo del lavoro.

  • Cosa significa essere un team?

Il Team è tutto quello che ho visto fin da ragazzino, anche inconsapevolmente; ovvero tutte le individualità con la loro capacità di stare insieme in un gruppo a prescindere dalle origini sociali differenti.

Nel Team ognuno portava la propria personalità, mettendola a confronto con gli altri, senza spersonalizzarsi, ma mettendosi al servizio del gruppo e dello scopo che ci si prefiggeva.

Il risultato finale non è solo la somma aritmetica delle individualità, ma qualcosa di più. Si deve accettare che un tuo compagno di squadra sia meno bravo atleticamente o che sia meno intelligente o meno istruito e meno fantasioso, confrontandosi con le altre individualità, mettendo davanti al proprio interesse quello del team, adoperandosi perché i valori e le prerogative degli altri diventino i valori e le caratteristiche di tutti.

  • Come si possono gestire i talenti e le differenti personalità?

Un po’ con l’atteggiamento con cui si costruisce la squadra: pensare al rispetto di se stessi e degli altri, senza se e senza ma, con la dedizione di tutti.

  • Nel mondo del lavoro oggi si vede alla vittoria come fine ultimo, sicuramente esasperato. Un coach/leader ha il dovere di insegnare a vincere, ma come riesce ad insegnare a superare le sconfitte?

E’ vero, io ho vinto molto, ma c’è chi ha vinto più di me e c’è chi ha vinto sistematicamente; di sicuro c’è che ognuno ha una serie interminabile di sconfitte e che le vittorie sono invece molto poche.

Quando vado nelle scuole a parlare ai ragazzi su questi argomenti, faccio l’esempio di chi tifa Inter o, come me, Milan e dico: ma quante sono le sconfitte e quanto poche sono le vittorie nella storia di un club?

Poche, mentre le serie di sconfitte sembrano sempre interminabili.

Allora il grande insegnamento dello sport, è che non bisogna dare grande importanza alla vittoria ma trarre il giusto insegnamento della sconfitta.

Questo è il grande valore per cui lo sport dovrebbe essere nell’esperienza di ogni ragazzo! A prescindere se diventerà un professionista dello sport o se si fermerà a un livello dilettantistico o dopolavoristico, perché a qualunque livello c’è il grande insegnamento da acquisire dalla sconfitta: superare il proprio limite o le circostanze avverse.

In realtà la vittoria è poco educativa perché è facile vincere, mentre è molto difficile gestire la sconfitta. Pensando allo sport, come la pallacanestro, dove c’è una grande gestione dell’errore, è bene riflettere sul fatto che la vittoria non è sempre una naturale conseguenza di determinate azioni, perché a volte fai tutto molto bene e basta un tiro alla fine che entra o esce e il risultato cambia.

Importante quindi è capire che si hanno dei limiti e che devono essere superati con impegno, con lavoro e con sacrificio. L’errore fa parte del lavoro e senza assunzione della responsabilità di rischiare compierlo, non si riuscirà mai a progredire.

La sconfitta insegna a valutare tutti gli aspetti: se hai perso per uno sbaglio (questo è una cosa da evitare) o per un errore che sta nelle regole del gioco e dimostra, semplicemente, che in quella circostanza l’avversario è stato più bravo di te.

  • Un lavoro di eccellenza si programma o conta solo avere dei grandi talenti?

Nella mia vita ho sempre programmato, non solo nella pallacanestro.

Programmare è indispensabile perché ti permette di essere pronto, anche al cambiamento repentino.

Faccio un esempio: io avevo programmato che avrei studiato ragioneria e che facendo contenta la mamma sarei andato a lavorare in banca. Alla fine non ho fatto questo, ma l’allenatore; aver programmato mi ha dato motivazione per fare meglio quanto stavo realizzando.

Questo atteggiamento è utile anche se poi accade spesso che le cose programmate debbano essere modificate in modo sostanziale.

Il programma ti permette di comprendere il metodo e il corretto atteggiamento mentale.

  • Serve una precisa suddivisione dei ruoli (il coach, il senatore, la matricola, il puro talento di eccellenza) nella gestione delle responsabilità di team?

Io credo che non ci debba essere nulla di assoluto. Per quanto riguarda la costruzione e la gestione del gruppo si deve pensare che nulla è bianco o nero, ma pensare che si può essere un gruppo e che si possono ottenere risultati anche senza delle gerarchie predeterminate.

Quest’anno compio 50 anni di pallacanestro professionistica, ho pertanto visto che le qualità delle squadre che ho allenato e gestito avevano delle logiche molto diverse tra loro. La figura dell’allenatore ad esempio è cambiata mentre prima era necessaria un’immagine di autorevolezza, oggi non è più così.

L’allenatore deve essere autorevole non autoritario, questo vale per tutti gli ambiti della vita sociale dalla scuola al lavoro. Pertanto la figura del leader io ho sempre cercato di trovarla in qualcuno che per autorevolezza possa essere una sorta di tramite tra me e gli altri giocatori. Non sempre è il giocatore più forte a volte e quello che ha qualità umane distintive.

  • Quanto conta per un coach comprendere le problematiche extra-sportive dei propri giocatori?

Da giocatore ero molto capace ad alienarmi dai miei problemi personali e di mettermi a disposizione dell’allenatore e dei compagni.

E’ importante distinguere tra cattiva volontà e  pressione dei propri problemi. Da Allenatore vorrei che i giocatori lasciassero fuori tutti i problemi e si dedicassero con abnegazione all’allenamento e al gioco della squadra.

Tuttavia il mio ruolo m’impone di essere, comunque, a conoscenza dei problemi che assillano i giocatori, proprio per capire gli atteggiamenti e interpretarli in modo corretto.

  • All’inizio si diceva di lei e del suo “temporaneo” allontanamento dallo sport, ma arriva per tutti il momento di cambiare: maglia, ruolo, o smettere perché non si è più utili. Lei cosa direbbe ad un giovane per motivarlo a tentare nuove sfide, non solo sportive?

Non bisogna mai farsi trovare impreparati, pertanto ancora una volta programmare. Faccio un esempio personale: nella carriera fortunata ho potuto guadagnare, ma pensare nel momento in cui sei all’apice che possono accadere cose non programmabili come un infortunio o semplicemente non trovare un presidente che ti faccia giocare, sono aspetti per i quali è necessario avere attenzione.

Per questo motivo tra i 26 e i 29 anni avevo aperto una agenzia di assicurazioni che doveva darmi il sostentamento futuro una volta finito con la pallacanestro, poi non programmata arrivò la possibilità di allenare.

Essere sempre pronti a reagire di fronte alle situazioni della vita è indispensabile. Pensare che sarà sempre difficile (in bene o in male) fare esattamente ciò che si è programmato, non è un limite, allenandosi alla capacità di essere flessibili si potranno trovare le migliori soluzioni per una vita più che dignitosa.

  • Aldilà dei luoghi comuni quali competizione, rispetto delle regole e impegno, quali valori contano oggi realmente nello sport?

A me piace molto la parola: RISPETTO.

Nello sport è necessario che ci sia e sia davanti a tutto; ci sia rispetto di se stessi, della propria salute, del lavoro di tutti coloro i quali compongono lo staff della squadra.

Partendo dal rispetto che si guadagna attraverso il proprio atteggiamento. Con la consapevolezza che anche se sei un grande giocatore o un grande allenatore, arriverà il momento di smettere. Ciò che resterà nella memoria di tutti, del lavoro che hai svolto, sarà proprio il rispetto che ti sei guadagnato, giorno dopo giorno, partendo proprio da te stesso per arrivare al rispetto nei confronti degli altri.

Ho vinto molto, anche cose importanti ma queste vittorie non contano nulla se non dando la possibilità che nasca il rispetto per te e per la tua impresa sportiva o lavorativa che sia.

Queste le battute scambiate con Carlo Recalcati (http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Recalcati), 50 anni dedicati allo sport professionistico con innumerevoli vittorie come giocatore e allenatore. Un uomo che con la tranquillità e la semplicità dimostra e insegna al mondo del lavoro quanto sia necessario programmare e preparare ogni evento.

Un uomo importante dello sport italiano che ancora oggi indossa i panni di chi ha grande passione verso il proprio lavoro e trova l’energia per superare i limiti che si riscontrano quotidianamente nell’ambito di qualcosa, di esaltante, come lo sport professionistico.

Ho trovato disponibilità e accoglienza da parte della squadra Cimberio Varese (http://www.pallacanestrovarese.it/) che mi ha dimostrato come si può approcciare il lavoro degli altri con un atteggiamento di intelligente rispetto. Uno staff che lavora con grande serietà in uno spirito di team veramente coeso.

Mi sento di affermare che la squadra allenata da Carlo Recalcati ha dimostrato ancora una volta le qualità dello sport.

Sarebbe molto interessante per numerosi manager e imprenditori assistere da spettatori alla semplicità, ma al contempo concretezza dell’analisi, delle opportunità e delle minacce che si valutano mentre si prepara una sfida importante.

Mi ha sorpreso in un vincente, sentire il rispetto per il valore della sconfitta e la consapevolezza che la stessa assume nell’intera carriera.

Quasi una dimostrazione che solo da sonanti sconfitte si possano trarre gli insegnamenti migliori per arrivare alle poche vittorie della vita.

Antonio Zanzottera per SPORT&WORK

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